Zungri “la Città di Pietra”: Insediamento Rupestre degli Sbariati

Zungri “la Città di Pietra”: Insediamento Rupestre degli Sbariati

Siamo in Calabria, nel cuore del Monte Poro, a poca distanza dalla Costa degli Dei, da Tropea  Capo Vaticano e Pizzo Calabro.  Zungri rappresenta uno dei centri più vivaci del territorio vibonese. Esso conserva un grande tesoro archeologico, l’Insediamento Rupestre detto degli “Sbariati”. Il sito forse è opera di una popolazione orientale che a partire dal VIII secolo sfuggiva dalle persecuzioni arabe ed iconoclaste a cui era sottoposta nella propria terra di provenienza, rifugiandosi nel meridione d’Italia. Da qui, probabilmente, il nome “Sbariati” ossia sbandati. 

Giunti a Zungri, si percorre un sentiero a ridosso del centro storico che si affaccia su di una straordinaria vallata da dove si scorge il mare. E ad un tratto lo scenario cambia. Ciò che appare agli occhi del visitatore è inimmaginabile. La sensazione che si prova è di immenso stupore. In punta di piedi ed in religioso silenzio ci si immerge in un’altra dimensione.

Il nucleo centrale dell’insediamento si sviluppa lungo un’unica direttrice, ma tutto il complesso rupestre, composto da circa 50 grotte o forse molte di più, si articola su una superficie di circa 3.000 Mq. Le grotte hanno diverse forme e dimensioni (quadrangolari o circolari) alcune delle quali dotate di copertura a cupola con foro centrale. Esse sono mono o bi-cellulari, articolate su un solo piano o su due livelli, con scale d’accesso scavate nella pietra. Al loro interno gli spazi conservano alcuni elementi, come nicchie (forse votive) e incassi scavati nella parte di arenaria per la sistemazione di mensole, che testimoniano gli usi del vivere quotidiano degli abitanti di questi luoghi. Definito “un eccellente esempio di ingegneria idraulica”, il sito è caratterizzato da una fitta rete di canalizzazione per il deflusso dell’acqua piovana nelle vasche di raccolta, poste a diverse altezze. L’acqua, elemento indispensabile per la sopravvivenza, è stata, indiscutibilmente, un elemento fondamentale per la scelta del luogo, infatti l’intero sito è circondato da splendide sorgenti di acqua pura e cristallina. 

L’insediamento rupestre degli Sbariati, probabilmente, datato intorno al VIII-XII secolo, tendenzialmente è fatto risalire, nel suo insieme, dagli studiosi, all’età medievale scavato su preesistenze bizantine costituite da silos utilizzati per la conservazione del grano. Definito “il grande granaio del Poro”, questo posto era lo stoccaggio delle derrate agricole, utilizzate anche come merce di scambio, quindi, dovevano non solo essere conservate ma anche nascoste dalle continue razzie che imperversavano. E questo era un perfetto luogo di nascondiglio e lo fu sempre, fino a tempi recenti, quando la popolazione zungrese si dovette rifugiare alle Grotte per ripararsi dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.

Visitando le grotte si tocca con mano il silenzio di un luogo un tempo pulsante di vita e con un pizzico di fantasia si possono immaginare gli abitatori delle Grotte nelle loro attività quotidiane, nei momenti di culto di ringraziamento a Dio per tutto quello che di buono aveva offerto.

Non si può fare a meno di pensare che gli abitatori delle grotte armati di enorme pazienza, con scalpelli e picconi, scavarono queste grotte per abitarle, per dedicarsi alla pastorizia, all’apicultura, all’agricoltura. Un mondo che sopravvive nell’immaginazione visitando ogni grotta, ogni anfratto. Il contrasto con il nostro vivere quotidiano è forte. La sensazione è di pace assoluta. Tutto viene rivisto come in un film, nell’ammirazione di questo luogo fantastico e magico.

Accanto alla città di pietra valorizzata con accorgimenti mirati e con l’illuminazione artificiale notturna, degno di attenzione è il Museo della Civiltà Rupestre e Contadina. Esso nasce dalla volontà di conservare il ricordo di un mondo rurale purtroppo oggi ormai quasi scomparso.

Si tratta di uno straordinario patrimonio culturale di tradizioni popolari, che ha lo scopo di salvaguardare la “memoria sociale” conservando le ultime testimonianze di una cultura millenaria.

Questo Museo non è una semplice raccolta di oggetti, ma la rivisitazione di una cultura nel rispetto e nell’esaltazione delle radici umane, storiche e sociali di Zungri. E’ la testimonianza di un mondo contadino scandita dalle varie fasi del lavoro giornaliero che inequivocabilmente intreccia la vita dei campi con la vita domestica, con i mestieri artigiani e con la vita religiosa. E’ il Monumento all’oneroso lavoro dei contadini di un tempo che hanno fatto della terra la loro ragione di vita.

L’esposizione di questi oggetti, attrezzi, utensili, fotografie sono la testimonianza delle genti che qui hanno vissuto, sono l’eredità di una popolazione povera, umile ma molto industriosa e laboriosa che ha gettato le basi di quello che noi oggi siamo.

L’ubicazione del Museo non è del tutto casuale. E’ situato all’ingresso del viale che porta all’insediamento rupestre.  E’ l’anello di congiunzione tra una civiltà che ha fatto propria la cultura del vivere in grotta, di uomini non solo scavatori ma anche contadini, pastori, apicultori, monaci eremiti ma anche molto eruditi che hanno portato in questi luoghi una sapiente cultura che via via hanno trasmesso alle generazioni future. 

Il Museo della Civiltà Rupestre e Contadina si fonde con l’Insediamento Rupestre. Diventa Ecomuseo, guarda all’ambiente nel suo insieme prefiggendosi di tutelarne il territorio.  Si propone di far conoscere al pubblico i beni da tutelare che sono gli oggetti della vita quotidiana, i paesaggi, le architetture, le tradizioni. Il Museo diventa dinamico, promuove percorsi di visita e attività didattiche al fine di valorizzare il proprio territorio. 

All’interno del Museo trova collocazione una Mostra di immagini e documenti del terremoto che la notte dell’8 settembre 1905 sconvolse la Calabria centro-meridionale provocando 600 morti e migliaia di feriti (a cura del Prof. Francesco Pugliese). 

Attraverso le immagini e le cronache della stampa nazionale e locale dell’epoca si ricostruiscono i giorni del disastroso terremoto e del post terremoto. Le immagini esposte, pubblicate allora su vari giornali (Illustrazione Italiana, Domenica del Corriere, Tribuna illustrata, Il Mattino, L’Ora, La Stampa, etc.) documentano gli effetti devastanti del sisma, i ricoveri provvisori dei terremotati, i primi attendamenti e la costruzione delle baracche, i soccorsi, le iniziative in solidarietà coi terremotati che in forme davvero massicce si organizzarono in tutta Italia.

Immagini che mostrano anche, e per la prima volta, spaccati delle condizioni sociali ed economiche della Calabria d’allora, le abitazioni, i costumi, l’estrema povertà.

Ma parlando di Zungri e del suo immenso patrimonio storico-culturale-archeologico ed antropologico non possiamo non fare un richiamo ad un altro gioiello che questo centro conserva, e cioè il Quadro della Madonna della Neve. Si tratta di un dipinto olio su tavola, recentemente restaurato, di inestimabile valore, autentica opera d’arte risalente alla prima metà del 1500.

Dagli studi condotti, la chiesa della Madonna della Neve, collocata a 100 m dall’ingresso del sito rupestre, è posta all’ingresso di una delle porte d’accesso al sito stesso e lungo lo stesso  costone dove si troverebbero molte fosse che un tempo fungevano da neviere per raccogliere e conservare la neve, quindi, si desume che la chiesa, oggi divenuta Santuario mariano, non sarebbe stata costruita in questo luogo a caso. Stessa ipotesi è stata sostenuta in un convegno, che si è tenuto lo scorso giugno a Zungri, dal Prof. Francesco Cuteri che ha posto l’attenzione sul perché gli zungresi avessero insito nelle loro tradizioni il culto della Madonna della Neve e sul perché la Madonna della Neve si trovi proprio a Zungri e, ancora, perché si chiami Madonna della Neve. Il motivo è ancora oscuro. Possiamo legare il nome della chiesa forse al quadro, dal quale partirebbe un altro dei tanti misteri legati a Zungri, perché non si sa come vi sia arrivato. Il quadro della Madonna della Neve sarebbe, secondo gli studiosi, una copia, una riproduzione autentica della Sacra Famiglia di Raffaello, che si trova al Louvre: Madonna, Gesù Bambino, San Giovanni e Santa Elisabetta. La composizione dei due quadri è identica, superba ed eccellente è stata la mano che l’ha dipinto, motivo per il quale il quadro di Zungri è stato attribuito alla scuola raffaellesca. Da ricerche condotte su tutte le statue e su tutti i dipinti dedicati alla Madonna della Neve, solo questo quadro di Zungri presenta tale composizione, mentre gli altri presentano solo la Madonna con il Bambino, ritratti di solito a mezzo busto, e che per lo più si riferiscono a Santa Maria Maggiore. Secondo gli studiosi, dunque, la Madonna della Neve e Santa Maria Maggiore andrebbero a coincidere.

Il primo documento dove si parla di Zungri, ritrovato alla Curia Vescovile di Mileto, risale al 1310, quando un sacerdote della parrocchia di San Nicola avrebbe versato la decima di due tarì. Tale fatto darebbe la testimonianza che Zungri fosse, già all’epoca, un paese fiorente, pur non potendo affermare se questo fosse già un paese vero e proprio o ancora solo un agglomerato di grotte. Mentre un documento del 1600 attesta la presenza del quadro a Zungri. Anche questo è un percorso ancora da esplorare che, forse, un giorno, mostrerà nuovi legami con il sito rupestre e porterà risposte alle tante domande ancora presenti.

Insediamento Rupestre del Comune di Zungri.

Coordinatrice Arch. Maria Caterina Pierpaolo

Via Indipendenza, 89867 Zungri VV

Telefono: 377 441 9886

Orari:

lunedì         09 – 18:30

martedì       09 – 18:30

mercoledì   09 – 18:30

giovedì       09 – 18:30

venerdì       09 – 18:30

sabato        09 – 18:30

domenica   09 – 18:30

19/08/2019 / by / in

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