La Podolica

La Podolica

Questa razza autoctona, dalle corna a lira e dal caratteristico mantello grigio, è molto frugale e l’unica in grado di vivere allo stato brado in situazioni difficili come quelle delle zone collinari del territorio di Umbriatico. 

La sua presenza è fondamentale per la salvaguardia ed il presidio del territorio che altrimenti sarebbe completamente abbandonato all’incuria e agli incendi.

Oggi però malgrado la sua rusticità ed una discreta produzione di carne e latte, la sua consistenza si è ridotta e viene allevata solo in alcune zone dell’Italia centro meridionale.

La podalica viene utilizzata principalmente per la produzione della carne, anche se non si possono tralasciare le produzioni lattiero-casearie.

Il comune di Umbriatico essendo il detentore di un patrimonio zootecnico di circa 5000 capi bovini, concentrati in un solo comune con meno di 1000 abitanti (rapporto abitanti/capi bovini 1 a 6, il più alto in Europo), l’attività zootecnica è perciò  quella maggiormente rappresentata e con il maggior numero di addetti al lavoro,  da ritenersi pertanto  il perno portante dell’economia locale, intorno al quale gravita un indotto che garantisce un prodotto di qualità superiore sia organolettiche che nutrizionali.

 

Per le caratteristiche organolettiche della carne, la podalica ha meritato il marchio di origine controllata “5R”, al pari degli altri quattro tipi genetici ( Chianina, Marchigiana, Maremmana e Romagnola).

Dai trends del noto motore di ricerca Google nel 2016 è risultato che la parola “Podolico” è stato uno dei vocaboli che gli italiano hanno più cliccato online, ed è da questa notizia che siamo partiti per lanciare l’idea di creare un brand del territorio di Umbriatico ed abbinarlo ai prodotti di eccellenza del territorio crotonese.

La carne podolica, dal gusto intens, saporito e leggermente dolciastro, grazie all’alimentazione naturale, pascolo e foraggi freschi, dei bovini allevati allo stato brado. Una carne che si inserisce in una fascia di mercato alto ma la sua genuinità la collocano tra gli alimenti dall’elevato valore salutistico. 

 

La carne di bovino podolico è estremamente saporita, sana e ricca di sali minerali, anche se la consistenza è più fibrosa resa tenera con una buona frollatura.

L’allevamento prettamente brado, rende qualitativamente superiore, per sapore e tessitura, la carne ottenuta da animali liberi di muoversi su ampie superfici pascolate.

 

la carne si presenta di colore rosso vivo, dovuto all’alto tenore di ferro ed emoglobina.

il colore del grasso tendente al giallo è determinato da una alimentazione ricca di betacarotenoidi ed essenze pascolative. 

L’odore è gradevole e delicato.

La caratteristica della tenerezza può essere migliorata attraverso una frollatura leggermente superiore (21 giorni) rispetto ad altre razze bovine e con la conservazione della carne al di sopra del punto di congelamento.

la carne di bovino podolico viene impiegata negli usi classici di consumo della carne bovina: a seconda dei tagli essa viene cucinata alla brace, in padella o nel ragù misto di carne, sapientemente cotto a fuoco lento per quattro cinque ore.

21/05/2020 / by / in
Greco di Bianco

La storia

Come riuscirono, nel 560 a.C., 10.000 Locresi a sconfiggere l’esercito di Crotone composto da ben 130.000 uomini? Una leggenda che si tramanda nei secoli non parla di superiore preparazione nelle arti marziali, né di armi e strumenti bellici straordinari, né di stratagemmi di stile ellenico come il celebre cavallo di Troia. La leggenda parla, semplicemente, di abbondanti libagioni di un antichissimo vino che infuse ai Locresi un coraggio e un vigore tali da sostenerli nella mirabile impresa. Si tratta del vino Greco (Doc dal 1980) che, rappresentano l’alta qualità dell’enologia calabrese nel padiglione del “Made in Italy” del Salone internazionale del prodotto agroalimentare di qualità – Agrifood, in programma a Verona dal 3 al 6 marzo.

accanto a tutte le altre indicazioni previste per legge, quali:
Regione determinata da cui proviene il prodotto;

Denominazione del prodotto costituita dall’abbinamento della varietà di vite da cui proviene il vino e dalla zona geografica in cui tale varietà è coltivata;

Volume nominale del vino;
Nome o ragione sociale e sede dell’imbottigliatore;
Numero e codice imbottigliatore, che può apparire anche sul sistema di chiusura (tappo o capsula)
Nome dello Stato;
Indicazione del lotto;
Indicazioni ecologiche.
Descrizione
Il vino è prodotto per almeno il 95% con le uve del vitigno Greco Bianco. Il grappolo ha dimensioni medie, è di forma cilindrica e piuttosto corto; il chicco ha dimensioni medie e forma sferica od ovale; la buccia lievemente cerata assume una colorazione giallo oro quando raggiunge la piena maturazione.
Caratteristiche
Il Greco di Bianco ha un colore giallo paglierino con riflessi dorati e un odore intenso, molto persistente, ampio, floreale, leggermente aromatico, con sentori delicati di zagara e di miele di agrumi, fichi secchi e frutta candita; un sapore amabile-dolce, molto caldo, più che morbido, poco fresco, abbastanza sapido, decisamente robusto di corpo, abbastanza equilibrato Ha una gradazione minima di 17°C e un invecchiamento obbligatorio di un anno.Zona di Produzione
La zona di produzione del Greco di Bianco comprende i comuni di Bianco e in parte quello di Casignana, in provincia di Reggio Calabria.
Presenza
Tutto l’anno.
Riferimenti normativi
La Doc è stata riconosciuta con DPR del 18.06.1980 pubblicato sulla GU del 12/12/1980.

Il Greco di Bianco, ottenuto dalle uve Greco nella zona intorno alla località balneare di Bianco (nella Calabria sud-orientale) nasce dal vitigno omonimo e proviene dalla Grecia. Si presume, infatti, che nell’VIII secolo a.C, qualche sparuto gruppo di coloni, emigranti carichi di speranza e di nostalgia, lo trapiantasse su questa terra, il cui profumo frammisto a quello del mare poco distante, ed ai colori del paesaggio, ricordavano quelli del paese natio abbandonato.

Può essere considerato uno dei più pregiati e rari vini italiani da dessert, ottenuto da pochi e ben definiti vigneti situati in provincia di Reggio Calabria. Pregevolissimo, frutto di una particolare e delicata tecnologia di vinificazione (viene prodotto per appassimento naturale; l’uva viene messa sui graticci e fatta appassire in modo naturale, fino a raggiungere la maturazione ottimale) ha una alta gradazione alcolica (17-18 gradi), colore giallo oro con riflessi ambrati, profumo finissimo, sapore tendente al liquoroso, di odore alcolico, etereo, caratteristico, e di sapore morbido, caldo, con caratteristico retrogusto perfettamente armonico, pieno, di ottima struttura. Raggiunge il top 5-8 anni dopo la vendemmia e si abbina con pasticceria secca, torte a base di pasta di mandorle, ma anche con formaggi piccanti a pasta dura.

Greco di Bianco Doc:

Come si riconosceL’etichettatura del Greco di Bianco Doc
Ogni etichetta deve riportare la menzione della Denominazione di Origine Controllata

13/05/2020 / by / in
Capitolo di Calabria DOP

 

Il Capocollo di Calabria DOP è un prodotto di salumeria salato e stagionato, preparato utilizzando le carni della parte superiore del lombo di suini appartenenti alle razze tradizionali di taglia grande quali la Calabrese, la Large White e la Landrace Italiana, allevati in Calabria.

Metodo di produzione

Una volta selezionati e disossati i tagli di carne da 3,5-5,5 kg, si prosegue con la salagione (a secco o in salamoia) utillizzando sale da cucina macinato. Questa operazione può durare dai 4 a 10 giorni ed è seguita da lavaggio con acqua, massaggio con aceto di vino e pressatura a torchio, con aggiunta di pepe nero in grani. Il prodotto viene quindi avvolto nel budello di suino per poi procedere alla tradizionale legatura manuale con spago naturale e alla foratura dell’involucro; durante questa fase è consentito l’utilizzo delle caratteristiche stecche. In seguito il capocollo viene appeso a sgocciolare in locali ben ventilati nei quali si controlla l’umidità relativa e la temperatura. La stagionatura deve protrarsi per almeno 100 giorni dal giorno della salagione e anche questa fase deve avvenire in ambienti a temperatura e umidità controllate (14-16°C).

Aspetto e sapore

Il Capocollo di Calabria DOP ha forma cilindrica, esternamente si presenta di colore roseo o rosso più o meno intenso, per il pepe nero o peperoncino; al taglio è di colore roseo vivo con striature di grasso proprie del lombo del suino. Il sapore è delicato e si affina con la stagionatura, il profumo è caratteristico e di giusta intensità.

Zona di produzione

La zona di produzione del Capocollo di Calabria DOP ricade nell’intero territorio della regione Calabria. I suini utilizzati per la produzione devono essere nati nelle regioni Calabria, Basilicata, Sicilia, Puglia e Campania e allevati nella regione Calabria dall’età massima di quattro mesi, quindi macellati e lavorati in Calabria.

Storia

Le origini della produzione di salumi in Calabria risalgono con tutta probabilità ai tempi della colonizzazione greca delle coste ioniche. Le prime documentazioni certe riguardanti la lavorazione delle carni suine si riscontrano in un testo del 1691, Della Calabria Illustrata, nel quale Padre Giovanni Fiore da Cropani cita tra le carni salate quelle trasformate “in Lardi, in Salsicci, in Suppressate, e somiglianti”. Al decennio francese, 1806-1815, risale invece la Statistica Murattiana nella quale viene documentata la “preferenza delle carni porcine salate, che si lavorano in entrambe le Calabrie. Il sale e ’l pepe formano generalmente presso il popolo i preparativi alla corruzione di questo intingolo ricercato”. Nella terza sezione dedicata a “sussistenza e conservazione delle popolazioni” si indica che “la carne porcina è la sola che si sala in ciascheduno circondario”. La Calabria è rimasta nel tempo una delle poche regioni dove la cultura della lavorazione del maiale è ancora profondamente radicata.

Gastronomia

Il Capocollo di Calabria DOP tradizionalmente viene conservato appeso al soffitto in ambienti freschi ed asciutti, dove può mantenersi anche per 12 mesi. Una volta tagliato, si conserva in frigorifero, dove si può lasciare per un periodo di tempo più breve. Il salume si consuma a fettine sottili oppure a tocchetti. È tipicamente consumato come antipasto o come spuntino, con il tradizionale pane locale a lievitazione naturale, cotto nel forno a legna. Il gusto è esaltato dall’abbinamento con vini rossi ben strutturati.

Commercializzazione

Il prodotto è immesso in commercio nella tipologia Capocollo di Calabria DOP. È commercializzato intero, in tranci o affettato, confezionato sottovuoto o in atmosfera modificata.

Nota distintiva

Il taglio di carne selezionato per la preparazione del Capocollo di Calabria DOP deve presentare uno strato di grasso di circa 3-4 mm, tale da mantenerlo morbido durante le fasi di stagionatura e migliorarne le caratteristiche organolettiche.

Fonte: Qualivita

15/04/2020 / by / in
Calabria IGP
Il Calabria IGP comprende le seguenti tipologie di vino: Bianco, Rosso, Rosato, Spumante Bianco, Spumante Rosè, Spumante Rosso, Passito Bianco, Passito Rosso e Novello. L’Indicazione include anche numerose specificazioni da vitigno.

Zona di produzione

La zona di produzione del Calabria IGP comprende l’intero territorio della regione Calabria.

Uvaggio

I vini a Indicazione Geografica Protetta Calabria bianchi, rossi e rosati devono essere ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, da uno o più vitigni a bacca bianca o rossa, idonei alla coltivazione nell’area interessata.

Descrizione tipologie di prodotto

Il Calabria IGP Bianco, da solo o con la specificazione da vitigno, è di colore giallo paglierino; al naso è floreale e fruttato con sentori di frutti bianchi; al palato si offre dal secco al dolce ed è asciutto, fresco e morbido, di gusto leggermente fruttato. Può presentare anche le versioni Frizzante e Vivace. Il Calabria IGP Rosso, da solo o con la specificazione da vitigno, ha un colore con tonalità che variano dal rosso rubino tenue al rosso granato, corrispondente ai vitigni impiegati; al naso è pieno, con profumi caratteristici di frutti rossi; al palato è asciutto, sapido e di buon corpo. Può presentare anche le versioni Frizzante e Vivace. Il Calabria IGP Rosato, da solo o con la specificazione da vitigno, ha un colore che sfuma dal rosa pallido al rosa carico in base al tipo di vinificazione e di vitigni impiegati; ha profumi delicatamente fruttati; al palato è asciutto, armonico e fresco. Può presentare anche le versioni Frizzante e Vivace. Il Calabria IGP Spumante Bianco, da solo o con la specificazione da vitigno, ha un colore giallo paglierino e una spuma persistente; il profumo è fragrante; al palato si offre sapido da extrabrut a dry. Il Calabria IGP Spumante Rosé, da solo o con la specificazione da vitigno, ha un colore rosato di intensità variabile e un perlage persistente; il profumo è ampio e complesso; al palato si offer fresco e armonico, da extrabrut a dry. Il Calabria IGP Spumante Rosso, da solo o con la specificazione da vitigno, ha un colore rosso e una spuma persistente; il profumo è fragrante e delicato; al palato si offre di gusto pieno, da extrabrut a dry. Il Calabria IGP Passito Bianco, da solo o con la specificazione da vitigno, ha un colore giallo paglierino intenso; il profumo è deciso; al palato si offre dolce e delicato. Il Calabria IGP Passito Rosso, da solo o con la specificazione da vitigno, ha un colore rosso carico; al naso è gradevolmente intenso; al palate si offre dolce e armonico. Il Calabria IGP Novello, da solo o con la specificazione da vitigno, ha un colore rosso intenso; al naso si avvertono complesse note fruttate; al palato è morbido e armonico. Per la produzione della tipologia Passito le uve devono essere sottoposte all’appassimento in pianta o dopo la raccolta (appassimento su graticci eo ad aria forzata), fino ad assicurare al vino ottenuto un titolo alcolometrico natural minimo di 14°.

Specificazioni da vitigno

La IGP Calabria con la specificazione di uno dei vitigni idonei alla coltivazione per la regione Calabria, è riservata ai vini ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale per almeno l’85% dai corrispondenti vitigni. Possono concorrere, da sole o congiuntamente, alla produzione dei mosti e dei vini sopra indicati, le uve dei vitigni a bacca di colore analogo, idonei alla coltivazione nell’ambito dell’area interessata fino a un massimo del 15%.I vini Calabria IGP con la specificazione del vitigno, oltre alle caratteristiche indicate per i vini del corrispondente colore, devono presentare le caratteristiche organolettiche proprie del vitigno.

Fonte: QUALIGEO

12/11/2019 / by / in
Bivongi DOP
Il Bivongi DOP comprende le seguenti tipologie di vino: Bianco, Rosso, Rosato e Novello.

Zona di produzione

La zona di produzione del Bivongi DOP comprende il territorio di numerosi comuni appartenenti alle province di Reggio Calabria e Catanzaro, nella regione Calabria.

Uvaggio

Bianco: Greco bianco e/o Guardavalle (localmente detto Uva Greca) e/o Montonico (localmente detto Mantonico bianco), 30-50%, Malvasia bianca e/o Ansonica 30-50%, da soli o con aggiunta di uve a bacca di colore analogo provenienti da altri vitigni idonei alla coltivazione nell’ambito dell’area interessata fino a un massimo del 30%.Rosso (anche Riserva), Novello: Greco nero (localmente detto Maglioccone) e/o Gaglioppo (localmente detto Magliocco) 30-50%, Nocera e/o Calabrese (localmente detto Nero d’Avola o Mantonico nero) e/o Castiglione 30-50%, con aggiunta di altri vitigni raccomandati a bacca nera fino a un massimo del 10% e altri vitigni raccomandati a bacca bianca fino a un massimo del 15%.Rosato: Greco nero (localmente detto Maglioccone) e/o Gaglioppo (localmente detto Magliocco) 30-50%, Nocera e/o Calabrese (localmente detto Nero d’Avola o Mantonico nero) e/o Castiglione 30-50%, con aggiunta di altri vitigni raccomandati a bacca nera fino a un massimo del 10% e altri vitigni raccomandati a bacca bianca fino a un massimo del 15%.

Descrizione tipologie di prodotto

Il Bivongi DOP Bianco ha un colore giallo paglierino intenso; i profumi sono fruttati con sentore di nespola e floreari di glicine e lilium, con tratti minerali; in bocca è fresco e coerente al naso, con una buona permanenza fruttata.Il Bivongi DOP Rosso ha un colore rosso rubino screziato di riflessi porpora; al naso rilascia sensazioni di mora matura, toni balsamici e speziati su fondo minerale; al gusto è caldo e morbido, con tannini arrotondati e presenza di toni fruttati. Può presentare la menzione Riserva se sottoposto a un periodo di invecchiamento obbligatorio di almeno due anni a decorrere dal primo novembre dell’annata di produzione delle uve.Il Bivongi DOP Rosato ha un colore rosa buccia di cipolla più o meno intenso; al naso è vinoso con note floreali e fruttate di piccoli frutti rossi freschi; al palato si presenta asciutto, gradevole e fruttato.Il Bivongi DOP Novello si presenta di colore rosso rubino più o meno intenso; al naso si propone con delicate sensazioni fruttate; al gusto è asciutto o morbido, fruttato, fresco e armonico.

Fonte: QUALIGEO

12/11/2019 / by / in
Arghillà IGP
L’Arghillà IGP comprende le seguenti tipologie di vino: Rosso, Rosato, Novello Rosso e Novello Rosato.

Zona di produzione

La zona di produzione dell’Arghillà IGP comprende il territorio di numerosi comuni in provincia di Reggio Calabria, nella regione Calabria.

Uvaggio

I vini a Indicazione Geografica Protetta Arghillà rossi e rosati devono essere ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, da uno o più vitigni a bacca di colore analogo, idonei alla coltivazione nell’area interessata.

Descrizione tipologie di prodotto

L’Arghillà IGP Rosso ha un colore rosso rubino più o meno intenso.Al naso è delicato, con profumi caratteristici di frutti rossi; al palato è asciutto, sapido e di buon corpo, con un finale di buona persistenza.L’Arghillà IGP Rosato ha un colore rosa più o meno intenso; al naso i profumi risultano delicatamente fruttati; al palato è asciutto, armonico e fresco.L’Arghillà IGP Novello Rosso, ha un colore rosso carico; il profumo è intenso di note fruttate; al palato è armonico e gradevole.L’Arghillà IGP Novello Rosato si presenta di colore rosa di intensità variabile; il profumo è fine e caratteristico; al palato è armonico e fresco.

Fonte: QUALIGEO

11/11/2019 / by / in
Caciocavallo Silano DOP

DISCIPLINARE DI PRODUZIONE DELLA DENOMINAZIONE DI ORIGINE PROTETTA DEL FORMAGGIO “CACIOCAVALLO SILANO”

 

Art. 1

È riconosciuta la denominazione di origine «Caciocavallo Silano» al formaggio prodotto nell’area geografica di cui all’Art. 2 ed avente i requisiti indicati agli articoli 3 e 4.

Art. 2

La zona di provenienza del latte, di trasformazione e di elaborazione del formaggio «Caciocavallo Silano» comprende territori delle regioni Calabria, Campania , Molise, Puglia e Basilicata delimitati nel modo seguente:

Regione Calabria:

Provincia di Catanzaro, provincia di Crotone e di Vibo Valentia: l’intero territorio dei seguenti comuni ricadenti nelle zone sottospecificate: – zona dell’alto Crotonese e del Marchesato: Belvedere di Spinello, Caccuri, Carfizzi, Casabona, Castelsilano, Cerenzia, Cirò, Melissa, Pallagorio, San Nicola dell’Alto, Savelli, Strongoli, Umbriatico, Verzino; zona della Piccola Sila e della fascia Presilana: Andali, Albi, Belcastro, Cerva, Cotronei, Fossato Serraha, Magisano, Mesoraca, Pentone, Petronia, Petilia Policastro, Sersale, Sorbo S. Basile. Soveria Simeri, Taverna, Zagarise; – zona dei Monti Tirolo: Reventino, Mancuso, Carlopoli, Cicala, Conflenti, Decollatura, Martirano Lombardo. Motta Santa Lucia, San Pietro Apostolo, Serrastretta, Soveria Mannelli, Tiriolo; – zona delle Serre: San Nicola da Crissa, Serra San Bruno, Simoario, Spadola, Torre di Ruggiero, Vallelonga; – zona dell’alto Maesima: Pizzoni, Sorianello, Soriano Calabro, Vazzano;

Provincia di Cosenza: l’intero territorio dei seguenti comuni ricadenti nelle zone sottospecificate: – zona del Ferro e dello Sparviero: Amendolara, Albidona, Alessandria del Carretto, Canna, Castroregio, Cerchiara di Calabria, Cassano allo Jonio, Montegiordano, Oriolo, Plataci, Rocca Imperiale, Roseto Capo Spulico, San Lorenzo Bellizzi; – zona del Pollino: Frascineto, Castrovillari, Morano Calabro, Laino Castello, Mormanno, Laino Borgo, Saracena, San Basile, Lungro; – zona dorsale Appenninica: Falconara Albanese, Longobardi Belmonte Calabro; – zona Silana: San Giovanni in Fiore, Appigliano, Celico, Pedace, Serra Pedace, Spezzano Piccolo, Spezzano della Sila, San Pietro in Guarnno, Rovito, Lappano, Pietrafitta, Bocchigliero; – zona della Sila Greca Cosentina : Campana, Scala Coeli, Longobucco , Terravecchia, Mandatoriccio, Pietrapaola, Caloveto, Calopezzati, Cropalati, Paludi, Rossano, Cariati; – zona destra del Crati: Vaccarizzo Albanese, San Giorgio Albanese, San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, Santa Sofia d’Epiro, Acri, Bisognano, Luzzi, Rose, Tarsia; – zona Busento: San lartino di Finita, Cosenza, Rota Greca, San Benedetto Ullano. Lattarico, Montalto Uffugo, San Vincenzo, La Costa, San Fili; – zona Unione delle Valli: San Donato di Ninea, San Sosti, Santa Caterian Albanese, Monttafollone, Sant’Agata d’Esaro.

Regione Campania:

Provincia di Avellino: l’intero territorio dei seguenti comuni: Andrelta, Aquilonia, Ariano Irpino, Atripalda, Avella, Bagnoli Irpino, Baiano, Bisaccia, Cairano, Calabritto, Calitri, Caposele, Carife, Casalbore, Cassano Irpino, Castel Baronia, Castel Vetere sul Calore, Castelfranci, Cervinara, Chiusano di San Domenico, Conza della Campania, Flumeri, Forino, Frigento, Greci, Guardia, Lombardi, Lacedonia, Lauro, Lioni. Mercogliano, Montaguto, Montecalvo, Irpino, Monteforte Irpino, Montefusco, Montella, Montemarano, Monteverde, Montoro Inferiore, Montoro Superiore, Morra De Sanctis, Moschiano, Mugnano del Cardinale, Nusco, Ospedaletto d’Alpinolo, Pietra Stornina, Quadrella, Quindici, Rocca San Felice, Rotondi, Salza Irpina, San Mango sul Calore, San Martino Vallecaudina, San Nicola Baronia, San Sossio Baronia, Sant’Andrea di Conza, Sant’Angelo a Scala, Sant’Angelo dei Lombardi , Santa Lucia di Serino, Santa Paolina, Santo Stefano del Sole, Savignano Irpino, Scampitella, Senerchia, Serino, Sirignano, Solofra, Sorbo Serpico, Summonte, Taurano, Teora, Torcila dei Lombardi, Torroni, Trevico, Vallata, Vallesaccarda, Villanova del Battista, Volturara Irpina, Zungoli;

Provincia di Benevento: l’intero territorio dei seguenti comuni: Apice, Arpaia, Baselice, Benevento, Bonea, Succiano, Buonalbergo, Campolattaro, Castelfranco in Miscano, Castelpagano, Castelvetere in Val Fortore, Cautano, Ceppaloni, Cerreto Sannita, Circello, Colle Sannita, Cusano Mutri, Faicchio, Foiano in Val Fortore, Forchia, Frasso Telesino, Ginestra degli Schiavoni, Moiano, Molinara, Montefalcone di Val Fortore, Morcone, Mucciano, Pannarano, Paolisi, Pietraroja, Pontelandolfo, Reino, San Bartolomeo in Galdo, San Giorgio la Malara, San Lupo, San Marco dei Cavoti, San Salvatore Telesino, Sant’Agata dé Goti, Santa Croce del Sanino, Sassinoro, Solopaca, Tocco Caudio, Vitulano;

Provincia di Caserta : l’intero territorio dei seguenti comuni: Ailano, Alife, Capriati a Volturno, Castel di Sasso, Castello del Matese, Ciorlano, Conca della Campania, Dragoni, Fontegreca, Fornicola, Gallo, Galluccio, Giano Vetusto, Gioia Sanniticola, Letino, Liberi, Mignano Monte Lungo, Piedimonte Matese, Pietramelara, Pontelatone, Prata Sannita, Pratella, Presenzano, Raviscanina, Rocca d’Evandro, Roccamonfina, Roccaromana, Rocchetta e Croce, San Gregorio Matese, San Pietro Infine, San Potito Sannitico, Sant’Angelo d’Alife, Valle Agricola;

Provincia di Napoli: l’intero territorio dei seguenti comuni: Agerola, Casola di Napoli, Castellammare di Stabia, Gragnano, Lettere , Massa Lubrense, Piano di Sorrento, Pimonte, Roccarainola, Sant’Agnello, Sorrento, Vico Equense;

Provincia di Salerno: l’intero territorio dei seguenti comuni: Acerno, Aquara, Agropoli, Albanella, Alfano, Altavilla Silentina, Amalfi, Ascea, Atena Lucana, Atrani, Auletta, Baronissi, Battipaglia, Bellizzi, Bellosguardo, Bracigliano, Buccino. Buonabitacolo, Caggiano, Calvanico, Camerota. Campagna, Campora, Cannalonga, Capaccio, Casalbuono , Canaletto Spartano, Casal Velino, Caselle in Pittari, Castel San Lorenzo, Castel Civita, Castelnuovo Cilento, Castelnuovo di Conza, Castiglione del Genovesi, Cava dei Tirreni, Celle di Bulgheria, Centola, Ceraso, Cetara , Cicerale, Cigliano, Conca dei Marini, Controne, Contursi Terme, Corbara, Corleto Monforte, Cuccaro Vetere, Eboli, Felitto, Fisciano, Furore, Futani, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Gioi, Gioi,Giungano, Ispani, Laureana Cilento, Laurino, Laurito, Laviano, Lustra, Magliano Vetere, Maiori, Minori, Moio, della Civitella, Montano Antilia, Monte San Giacomo, Montecorice, Montecorvino Pugliano, Montecorvino Rovella, Monteforte Cilento, Montesano sulla Marcellana, Morigerati, Nocera Inferiore, Nocera Superiore Novi Velia, Ogliastro Cilento, Olevano sul Tusciano, Oliveto Citra, Omignano, Orria, Ottati, Padula, Pagani, Palomonte, Pellezzano, Perdifumo, Perito, Petina, Piaggine, Pisciotta, Polla Pollica, Pontecagnano Faiano, Positano, Postiglione, Praiano, Prignano Cilento, Ravello, Ricigliano, Roccadaspide, Roccagloriosa, Rofrano, Romagnano al Monte, Roscigno, Rutino, Sacco, Sala Consilina, Salento, Salvitelle, San Cipriano Picentino, San Giovanni a Piro, San Gregorio Magno, San Mauro Cilento, San Mauro la Bruca, San Pietro al Tanagro, San Rufo, Sant’ Angelo a Fasanella, Sant’ Arsenio, Sant’ Egidio del Monte Albino, Santa Marina, Santomenna, Sanza, Sapri, Sarno, Sassano, Scala, Serramezzana, Serre, Sessa Cilento, Sicignano degli Alburni, Stella Cilento, Stio, Teggiano, Torchiara, Torraca, Torre Orsaia, Tortorella, Tramonti, Trentinara, Valle dell’Angelo, Vallo della Lucania, Valva, Vibonati, Vietri sul Mare

Regione Molise:

Provincia di Isernia: l’intero territorio della provincia.

Provincia di Campobasso: l’intero territorio dei seguenti comuni:

Acquaviva Collecroci, Baranello, Boiano, Bonefro, Busso, Campobasso, Campochiaro, Campodipietra, Campolieto, Casacalenda, Casalciprano, Castelbottaccio, Castellino del Biferno, Castelmauro, Castropignano, Cercemaggiore, Cerepiccola, Civitacampomarano, Colle d’Anchise, Calletorto, Duronia, Ferrazzano, Fossalto, Gambatesa, Gildone, Guardiaifiera, Guardiaregia, Jelsi, Limosano, Lucito, Lupara, Macchia Valforte, Mafalda, Matrice, Mirabello Sannitico, Molise, Monacilioni, Montagano,Montefalcone nel Sannio, Montemiro, Montenero di Bisaccia, Montorio nei Frentani, Morrone del Sannio, Oratino, Palata, Petrella, Tifernina, Pietracatella, Pietracupa, Provvidenti, Riccia, Ripabottoni, Ripalimosano, Roccavivara, Salcito, San Biase, San Felice del Molise, San Giovanni in Galdo, San Giuliano del Sannio , San Giuliano di Puglia, San Massimo, Sap Polo Matese, Sant’Angelo Limosano, Sant’Elia a Pianisi, Sepino, Spinete, Tavenna, Torcila del Sannio, Toro, Trivento, Tufara, Vinchiaturo.

Regione Puglia:

Provincia di Foggia: l’intero territorio dei seguenti comuni ricadenti nelle zone sotto elencate:

zona del Gargano : Manfredonia, San Paolo di Civitate, Apricena, Peschici, Vieste, Vico del Gargano, Mattinata, Monte S. Angelo, S. Giovanni Rotondo, Cagnano Varano, Carpino, Ischitella, Rodi Garganico, Sannicandro Garganico, S. Marco in Lamis, Rignano Garganico;

zona del Sub Appennino Dauno: Carlantino, Casalnuovo Monterotaro, Casalvecchio di Puglia, Pietra Montecorvino, San Marco la Catola, Motta Montecorvino, Volturara Appula , Volturino, Alberona, Castelnuovo della Daunia, Castelluccio dei Sauri, Ascoli Satriano, Biccari, Roseto Valforte, Castelluccio Valmaggiore, Troia, Faeto, Celle San Vito, Orsara di Puglia, Bovino, Panni, Accadia, Montelcone di Puglia, Deliceto, Candela, Rocchetta Sant’Antonio, Sant’Agata di Puglia, Anzano di Puglia, Celenza Valforte.

Provincia di Bari: l’intero territorio dei seguenti comuni rica­denti nelle zone sotto elencate: zona della Murgia Nord Occidentale: Andria, Minervino, Murge, Spinazzola, Poggiorsini, Corato, Ruvo, Gravina, Bitonto, Toritto, Altamura. zona della Murg ia sud Orientale : Grumo Appula, Cassano Murge. Acquaviva delle Fonti, Santeramo in Colle, Gioia del Colle, Sanmichele di Bari, Casamassima, Turi , Comversano, Polignano a Mare, Monopoli, Castellana Grotte, Putignano, Noci, Alberobello, Locorotondo.

Provincia di Taranto: l’intero territorio dei seguenti comuni ricadenti nella zona sotto elencata: zona della Murgia Sud Orientale: Laterza, Ginosa, Castellanetta, Palagianello, Maruggio, Massafra, Martina Franca, Crispiano, Montemesola, Grottaglie;

Provincia di Brindisi: l’intero territorio dei comuni sotto elencati:

Carovigno, San Michele Salentino, Oria, Francavilla Fontana, Villa Castelli, Ceglie Messapica, Ostuni, Cisternino, Fasano,

Regione Basilicata:

Provincia di Matera: l’intero territorio dei comuni sottoelencati: Accettura, Bernate.la, Calciano, Cirigliano, Ferrandina, Gara guso. Gorgoglione, Irsina, Matera, Montescaglioso, Oliveto Lucano, Pisticci, Policoro, Pomarico, Rotondella, Salandra, Scanzano Ionico, S. Giorgio Lucano, S. Mauro Forte, Stigliano, Tricarico, Tursi; Francavilla Fontana.

Provincia di Potenza: l’intero territorio dei comuni sottoelencati: Lavello, Montemilione, Melfi, Rionero. Venosa, Palazzo S.Gervasio. Atella, Forenza , Banzi, Genzano di Lucania. Acerenza, Oppido Lucano, Filiano, S. Fele, Ruvo del Monte, Rapone, Pescopagano, Castelgr ande, Muro Lucano, Bella, Avigliano, Ruoti, Baragiano, Balvano, Potenza, Picerno, Tito, Pignola, Brindisi di Montagna. Vaglio di Basilicata, Tolve, Albano di Lucania, Pietrapertosa, Laurenziana Corleto Perticara, Anzi, Abriola, Calvello, Brienza, Marsiconuovo, Marsicovetcre, Paterno, Tramutola, Viggiano, Grumento Nova, Molitemo, Lagonegro, Castelsaraceno, Lauria, Trecchina, Maratea, Sant’Arcangelo.

Art. 3

 

1. Il «Caciocavallo silano» è un formaggio semiduro a pasta filata prodotto esclusivamente con latte di vacca, crudo o eventualmente termizzato fino a 58° per 30 secondi in caseificio, con l’obbligo di indicarlo in etichetta, di non più di quattro munte consecutive dei due giorni precedenti a quelli della caseificazione proveniente da allevamenti ubicati nella zona geografica di cui all’Art. 2, ottenuto nel rispetto del processo tecnologico in quanto rispondente allo standard produtivo seguente:

A) Il latte da impiegare per la produzione del formaggio di cui al precedente comma deve essere coagulato alla temperatura di 36-38°C usando caglio in pasta di vitello o di capretto. È consentito l’ impiego di siero innesto naturale preparato nella stessa struttura di trasformazione del latte. Quando la cagliata ha raggiunto la consistenza voluta, dopo alcuni minuti, si procede alla rottura della stessa fino a che i grumi abbiano raggiunto le dimensioni di una nocciola. Inizia quindi la fase di maturazione della cagliata, che consiste in una energica fermentazione lattica la cui durata varia in media dalle 4 alle 10 ore e può protrarsi ulteriormente in relazione all’acidità del latte lavorato, alla temperatura alla massa o ad altri fattori. La maturazione della pasta è completata quando la stessa è nelle condizioni di essere filata ed il controllo sui tempi di maturazione si effettua mediante prelievi a brevi intervalli, di piccole parti della pasta stessa che vengono immerse in acqua quasi bollente per provare se si allunga in fibre elastiche, lucide, continue e resistenti: cioè «fila». Segue una operazione caratteristica consistente nella formazione di una specie di cordone che viene plasmato fino a raggiungere la forma voluta. La modellazione della forma si ottiene con movimenti energici delle mani per cui la pasta si comprime in modo tale da avere la superficie esterna liscia, senza sfilature né pieghe, e la parte interna senza vuoti. Si procede, quindi, alla chiusura della pasta all’apice di ogni singolo pezzo immergendo la parte velocemente in acqua bollente e completando l’operazione a mano. Infine si dà alla pasta la forma opportuna e, laddove prevista si procede alla formazione della testina. Le forme cosi plasmate vengono immerse prima in acqua di raffreddamento e poi in salamoia. La salatura avviene per immersione per un periodo di tempo variabile in relazione al peso, ma comunque non inferiore a 6 ore. Tolte dalla salamoia le forme vengono legate a coppia con appositi legacci e sospese con delle pertiche al fine di ottenere la stagionatura. La durata minima del periodo di stagionatura è di 30 giorni, ma può protrarsi più a lungo;

B) forma: ovale o tronco-conica con testina o senza. Nel rispetto delle consuetudini locali, con presenza di insenature dipendenti dalla posizione dei legacci;

C) peso: compreso tra 1 kg e 2,500 kg;

D) crosta: sottile, liscia, di marcato colore paglierino; la superficie può presentare leggere insenature dovute ai legacci collocate in relazione alle modalità di legatura. È consentito l’utilizzo di trattamenti delle forme, superficiali, esterni e trasparenti, privi di coloranti con il rispetto del colore della crosta.

E) pasta: omogenea compatta con lievissima occhiatura, di colore bianco l’ giallo paglierino più carico all’esterno, e meno carico all’ interno;

F) sapore aromatico, piacevole, fusibile in bocca, normalmente delicato e tendenzialmente dolce quando il formaggio è giovane, fino a divenire piccante a maturazione avanzata.

G) grasso della sostanza secca non inferiore al 38%.

Art. 4

 

I. Il formaggio a denominazione di origine «Caciocavallo Silano» deve recare apposto all’atto della sua immissione al consumo impresso termicamente, su ogni forma, con figurazione lineare o puntiforme, il contrassegno di cui all’allegato A, che costituisce parte integrante del presente decreto e l’indicatore di un numero di identificazione attribuito dal Consorzio di tutela formaggio «Caciocavallo Silano», previa autorizzazione alla vigilanza, ad ogni produttore inserito nel sistema di controllo. Tale contrassegno, nel colore pantone 348 CVC, unitamente agli estremi del regolamento comunitario con cui è stata registrata la denominazione stessa e del numero di identificazione, attribuito al singolo produttore, di cui al precedente comma, dovrà essere stampigliato sulle etichette apposte ad ogni singola forma. 03A09178

26/08/2019 / by / in
Zungri “la Città di Pietra”: Insediamento Rupestre degli Sbariati

Siamo in Calabria, nel cuore del Monte Poro, a poca distanza dalla Costa degli Dei, da Tropea  Capo Vaticano e Pizzo Calabro.  Zungri rappresenta uno dei centri più vivaci del territorio vibonese. Esso conserva un grande tesoro archeologico, l’Insediamento Rupestre detto degli “Sbariati”. Il sito forse è opera di una popolazione orientale che a partire dal VIII secolo sfuggiva dalle persecuzioni arabe ed iconoclaste a cui era sottoposta nella propria terra di provenienza, rifugiandosi nel meridione d’Italia. Da qui, probabilmente, il nome “Sbariati” ossia sbandati. 

Giunti a Zungri, si percorre un sentiero a ridosso del centro storico che si affaccia su di una straordinaria vallata da dove si scorge il mare. E ad un tratto lo scenario cambia. Ciò che appare agli occhi del visitatore è inimmaginabile. La sensazione che si prova è di immenso stupore. In punta di piedi ed in religioso silenzio ci si immerge in un’altra dimensione.

Il nucleo centrale dell’insediamento si sviluppa lungo un’unica direttrice, ma tutto il complesso rupestre, composto da circa 50 grotte o forse molte di più, si articola su una superficie di circa 3.000 Mq. Le grotte hanno diverse forme e dimensioni (quadrangolari o circolari) alcune delle quali dotate di copertura a cupola con foro centrale. Esse sono mono o bi-cellulari, articolate su un solo piano o su due livelli, con scale d’accesso scavate nella pietra. Al loro interno gli spazi conservano alcuni elementi, come nicchie (forse votive) e incassi scavati nella parte di arenaria per la sistemazione di mensole, che testimoniano gli usi del vivere quotidiano degli abitanti di questi luoghi. Definito “un eccellente esempio di ingegneria idraulica”, il sito è caratterizzato da una fitta rete di canalizzazione per il deflusso dell’acqua piovana nelle vasche di raccolta, poste a diverse altezze. L’acqua, elemento indispensabile per la sopravvivenza, è stata, indiscutibilmente, un elemento fondamentale per la scelta del luogo, infatti l’intero sito è circondato da splendide sorgenti di acqua pura e cristallina. 

L’insediamento rupestre degli Sbariati, probabilmente, datato intorno al VIII-XII secolo, tendenzialmente è fatto risalire, nel suo insieme, dagli studiosi, all’età medievale scavato su preesistenze bizantine costituite da silos utilizzati per la conservazione del grano. Definito “il grande granaio del Poro”, questo posto era lo stoccaggio delle derrate agricole, utilizzate anche come merce di scambio, quindi, dovevano non solo essere conservate ma anche nascoste dalle continue razzie che imperversavano. E questo era un perfetto luogo di nascondiglio e lo fu sempre, fino a tempi recenti, quando la popolazione zungrese si dovette rifugiare alle Grotte per ripararsi dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.

Visitando le grotte si tocca con mano il silenzio di un luogo un tempo pulsante di vita e con un pizzico di fantasia si possono immaginare gli abitatori delle Grotte nelle loro attività quotidiane, nei momenti di culto di ringraziamento a Dio per tutto quello che di buono aveva offerto.

Non si può fare a meno di pensare che gli abitatori delle grotte armati di enorme pazienza, con scalpelli e picconi, scavarono queste grotte per abitarle, per dedicarsi alla pastorizia, all’apicultura, all’agricoltura. Un mondo che sopravvive nell’immaginazione visitando ogni grotta, ogni anfratto. Il contrasto con il nostro vivere quotidiano è forte. La sensazione è di pace assoluta. Tutto viene rivisto come in un film, nell’ammirazione di questo luogo fantastico e magico.

Accanto alla città di pietra valorizzata con accorgimenti mirati e con l’illuminazione artificiale notturna, degno di attenzione è il Museo della Civiltà Rupestre e Contadina. Esso nasce dalla volontà di conservare il ricordo di un mondo rurale purtroppo oggi ormai quasi scomparso.

Si tratta di uno straordinario patrimonio culturale di tradizioni popolari, che ha lo scopo di salvaguardare la “memoria sociale” conservando le ultime testimonianze di una cultura millenaria.

Questo Museo non è una semplice raccolta di oggetti, ma la rivisitazione di una cultura nel rispetto e nell’esaltazione delle radici umane, storiche e sociali di Zungri. E’ la testimonianza di un mondo contadino scandita dalle varie fasi del lavoro giornaliero che inequivocabilmente intreccia la vita dei campi con la vita domestica, con i mestieri artigiani e con la vita religiosa. E’ il Monumento all’oneroso lavoro dei contadini di un tempo che hanno fatto della terra la loro ragione di vita.

L’esposizione di questi oggetti, attrezzi, utensili, fotografie sono la testimonianza delle genti che qui hanno vissuto, sono l’eredità di una popolazione povera, umile ma molto industriosa e laboriosa che ha gettato le basi di quello che noi oggi siamo.

L’ubicazione del Museo non è del tutto casuale. E’ situato all’ingresso del viale che porta all’insediamento rupestre.  E’ l’anello di congiunzione tra una civiltà che ha fatto propria la cultura del vivere in grotta, di uomini non solo scavatori ma anche contadini, pastori, apicultori, monaci eremiti ma anche molto eruditi che hanno portato in questi luoghi una sapiente cultura che via via hanno trasmesso alle generazioni future. 

Il Museo della Civiltà Rupestre e Contadina si fonde con l’Insediamento Rupestre. Diventa Ecomuseo, guarda all’ambiente nel suo insieme prefiggendosi di tutelarne il territorio.  Si propone di far conoscere al pubblico i beni da tutelare che sono gli oggetti della vita quotidiana, i paesaggi, le architetture, le tradizioni. Il Museo diventa dinamico, promuove percorsi di visita e attività didattiche al fine di valorizzare il proprio territorio. 

All’interno del Museo trova collocazione una Mostra di immagini e documenti del terremoto che la notte dell’8 settembre 1905 sconvolse la Calabria centro-meridionale provocando 600 morti e migliaia di feriti (a cura del Prof. Francesco Pugliese). 

Attraverso le immagini e le cronache della stampa nazionale e locale dell’epoca si ricostruiscono i giorni del disastroso terremoto e del post terremoto. Le immagini esposte, pubblicate allora su vari giornali (Illustrazione Italiana, Domenica del Corriere, Tribuna illustrata, Il Mattino, L’Ora, La Stampa, etc.) documentano gli effetti devastanti del sisma, i ricoveri provvisori dei terremotati, i primi attendamenti e la costruzione delle baracche, i soccorsi, le iniziative in solidarietà coi terremotati che in forme davvero massicce si organizzarono in tutta Italia.

Immagini che mostrano anche, e per la prima volta, spaccati delle condizioni sociali ed economiche della Calabria d’allora, le abitazioni, i costumi, l’estrema povertà.

Ma parlando di Zungri e del suo immenso patrimonio storico-culturale-archeologico ed antropologico non possiamo non fare un richiamo ad un altro gioiello che questo centro conserva, e cioè il Quadro della Madonna della Neve. Si tratta di un dipinto olio su tavola, recentemente restaurato, di inestimabile valore, autentica opera d’arte risalente alla prima metà del 1500.

Dagli studi condotti, la chiesa della Madonna della Neve, collocata a 100 m dall’ingresso del sito rupestre, è posta all’ingresso di una delle porte d’accesso al sito stesso e lungo lo stesso  costone dove si troverebbero molte fosse che un tempo fungevano da neviere per raccogliere e conservare la neve, quindi, si desume che la chiesa, oggi divenuta Santuario mariano, non sarebbe stata costruita in questo luogo a caso. Stessa ipotesi è stata sostenuta in un convegno, che si è tenuto lo scorso giugno a Zungri, dal Prof. Francesco Cuteri che ha posto l’attenzione sul perché gli zungresi avessero insito nelle loro tradizioni il culto della Madonna della Neve e sul perché la Madonna della Neve si trovi proprio a Zungri e, ancora, perché si chiami Madonna della Neve. Il motivo è ancora oscuro. Possiamo legare il nome della chiesa forse al quadro, dal quale partirebbe un altro dei tanti misteri legati a Zungri, perché non si sa come vi sia arrivato. Il quadro della Madonna della Neve sarebbe, secondo gli studiosi, una copia, una riproduzione autentica della Sacra Famiglia di Raffaello, che si trova al Louvre: Madonna, Gesù Bambino, San Giovanni e Santa Elisabetta. La composizione dei due quadri è identica, superba ed eccellente è stata la mano che l’ha dipinto, motivo per il quale il quadro di Zungri è stato attribuito alla scuola raffaellesca. Da ricerche condotte su tutte le statue e su tutti i dipinti dedicati alla Madonna della Neve, solo questo quadro di Zungri presenta tale composizione, mentre gli altri presentano solo la Madonna con il Bambino, ritratti di solito a mezzo busto, e che per lo più si riferiscono a Santa Maria Maggiore. Secondo gli studiosi, dunque, la Madonna della Neve e Santa Maria Maggiore andrebbero a coincidere.

Il primo documento dove si parla di Zungri, ritrovato alla Curia Vescovile di Mileto, risale al 1310, quando un sacerdote della parrocchia di San Nicola avrebbe versato la decima di due tarì. Tale fatto darebbe la testimonianza che Zungri fosse, già all’epoca, un paese fiorente, pur non potendo affermare se questo fosse già un paese vero e proprio o ancora solo un agglomerato di grotte. Mentre un documento del 1600 attesta la presenza del quadro a Zungri. Anche questo è un percorso ancora da esplorare che, forse, un giorno, mostrerà nuovi legami con il sito rupestre e porterà risposte alle tante domande ancora presenti.

Insediamento Rupestre del Comune di Zungri.

Coordinatrice Arch. Maria Caterina Pierpaolo

Via Indipendenza, 89867 Zungri VV

Telefono: 377 441 9886

Orari:

lunedì         09 – 18:30

martedì       09 – 18:30

mercoledì   09 – 18:30

giovedì       09 – 18:30

venerdì       09 – 18:30

sabato        09 – 18:30

domenica   09 – 18:30

19/08/2019 / by / in
Liquirizia di Calabria DOP
Liquirizia di Calabria DOP è ottenuta da coltivazioni e da piante spontanee della specie Glychirrhiza glabra nella varietà localmente detta “cordara”. Si tratta di Radice Fresca, Radice Essiccata oppure di Estratto di Radice.

Metodo di produzione

Prima dell’impianto dei nuovi liquirizieti, il terreno deve essere lavorato in profondità e deve essere effettuata la risemina di talee di radice di liquirizia. è consentito praticare colture intercalari autunno-vernine, che permettono di avere produzione di radici ogni anno, e sono consentite tutte le lavorazioni del terreno necessarie per tali coltivazioni purché non si superino i 20 cm di profondità. Le colture praticabili insieme alla liquirizia sono le foraggere, gli ortaggi e le leguminose. La liquirizia è una pianta azoto-fissatrice e per questo contribuisce a migliorare la fertilità del terreno. La raccolta viene effettuata durante tutto l’anno e si può raccogliere anche la liquirizia spontanea, molto diffusa in Calabria, purché i liquirizieti naturali siano registrati presso la struttura preposta ai controlli, entrando così nel circuito della DOP. Gli interventi non devono arrivare a interessare profondità superiori ai 60 cm. Le radici destinate alla commercializzazione in secco vengono sottoposte a essiccazione in luoghi aperti, ventilati e soleggiati oppure in luoghi chiusi ma garantendo una buona aerazione, o ancora in forni ventilati, ponendo attenzione a che la temperatura non superi i 50°C in quanto modificherebbe le caratteristiche del prodotto. Per l’eventuale estrazione del succo, le radici di liquirizia vengono tagliate, schiacciate, sfibrate e, successivamente, lavate esclusivamente con acqua all’interno di vasche o lavatrici.

Aspetto e sapore

La Liquirizia di Calabria DOP Radice Fresca è di colore giallo paglierino e ha sapore dolce, aromatico, intenso e persistente; la Radice Essiccata invece si presenta di colore variabile dal giallo paglierino al giallo ocra, con sapore dolce, fruttato e leggermente astringente; l’Estratto di Radice, di colore che va dal marrone terra bruciata al nero, ha sapore dolce-amaro, aromatico, intenso e persistente.

Zona di produzione

La zona di produzione della Liquirizia di Calabria DOP comprende numerosi comuni, posti ad una altitudine inferiore a 650 metri s.l.m., di tutte le province della regione Calabria.

Gastronomia

La Liquirizia di Calabria DOP, come Radice Fresca o Essiccata, si conserva bene in luogo fresco e asciutto, al riparo da fonti di calore. La radice fresca viene principalmente usata per l’estrazione di un succo dalle proprietà digestive, disintossicanti, emollienti e antisettiche, che trova largo impiego in vari settori industriali, tra i quali quello farmaceutico, dolciario nonché nella scienza erboristica.

Nota distintiva

La Liquirizia di Calabria DOP si distingue da varietà simili soprattutto per la composizione chimico-fisica: il contenuto di glicirrizina è infatti nettamente più basso, così come risulta minore la quantità di zuccheri. Sono presenti inoltre composti utili al benessere psico-fisico quali la liquiritigenina, la isoliquiritigenina e il licochalcone A, quest’ultimo in percentuali significative.

fonte: Qualivita

31/03/2018 / by / in
Olio di Calabria IGP – OLIO EVO

L’olio extravergine di oliva Olio di Calabria IGP è ottenuto da olive provenienti dalle seguenti cultivar autoctone, a prevalente diffusione sul territorio regionale: Carolea, Dolce di Rossano, Sinopolese, Grossa di Gerace, Tondina, Ottobratica, Grossa di Cassano, Tonda di Strongoli, presenti da sole o congiuntamente, in misura non inferiore al 90%. Il restante 10% può provenire da cultivar di olive autoctone di minore diffusione.

Metodo di produzione

Le olive devono essere raccolte direttamente dalla pianta, manualmente, per il tramite di ausili meccanici di agevolazione, o con scuotitori, mentre è vietato l’utilizzo delle olive cadute naturalmente sul terreno e sulle reti permanenti. La raccolta deve essere effettuata nel periodo compreso tra il 15 settembre ed il 15 gennaio dell’annata di produzione olearia. Le olive dovranno essere trasportate con cura, in cassette, cassoni o altri contenitori rigidi che favoriscano l’areazione e poi essere conservate in frantoio fino alla fase di molitura che deve avvenire entro, e non oltre, le 24 ore successive alla raccolta. La produzione massima di olive ad ettaro non potrà essere superiore a 12 tonnellate, mentre la resa massimo in olio è fissata nel 20%. Le olive destinate alla produzione devono essere poi sottoposte a defogliazione e lavaggio con acqua e non possono subire altri trattamenti. Per l’estrazione dell’olio è consentito l’impiego di soli processi tradizionali meccanici e fisici tali da impedire l’alterazione del frutto e la temperatura massima di lavorazione consentita in frantoio è di 30° C.

Aspetto e sapore

L’Olio di Calabria IGP si presenta di colore dal verde al giallo paglierino con variazione cromatica nel tempo. L’odore fruttato di oliva verde o appena invaiata, note floreali e di carciofo, accompagnate da persistenti sentori di erba appena sfalciata, foglia, e pomodoro (verde/maturo). Al palato si fa apprezzare per la struttura armonica dei suoi costituenti, che lo rendono mediamente dotato di amaro e piccante, caratteristica questa riconducibile al contenuto fenolico medio-alto.

Zona di produzione

La zona di coltivazione, raccolta e oleificazione dell’Olio di Calabria IGP devono avvenire nell’intero territorio amministrativo della Regione Calabria.

Gastronomia

L’olio extra vergine di oliva è un alimento facilmente deperibile che necessita di una corretta conservazione per conservare intatte le sue caratteristiche organolettiche. È opportuno quindi conservarlo in recipienti di acciaio inox o di altro materiale idoneo, in ambienti freschi e al riparo dalla luce, ad una temperatura compresa fra 12 °C e 20°C. L’olio extra vergine d’oliva Olio di Calabria IGP si esprime al meglio nei primi piatti tipici della cucina calabrese come ziti in padella con melanzane e ‘nduja oppure antipasti di pesce.

Nota distintiva

L’Olio di Calabria IGP si caratterizza per un livello di acidità massima maggiore e uguale allo 0,5 g. per 100 g. di olio e un livello di polifenoli totali maggiore o uguale a 200 ppm.

     

FONTE: Qualigeo

30/03/2018 / by / in