Agrumi

Agrumi, una storia meravigliosa

agrumi1La storia meravigliosa degli agrumi si intreccia strettamente con quella della Calabria e con le sue spettacolari tipicità e in alcuni casi unicità agrumicole. C’è un ponte invisibile che unisce la Calabria al resto d’Italia e del mondo e non è certo quello sullo Stretto! È un ponte invisibile ma non per questo meno reale e forte al tempo stesso che, dalla Grecia di Eschilo, giunge fino ai giorni nostri. È la storia del Mediterraneo, è la storia degli agrumi. Specie vegetali, queste, afferenti alla famiglia botanica delle Rutacee, che comprende tre generi: Citrus, Fortunella e Poncirus la cui area di origine, sulla base dell’esistente letteratura storico-scientifica, è quella tropicale e subtropicale, dall’Asia Orientale va verso il nord-est dell’India, Bangladesh, Birmania, Cina Meridionale, Indocina, Thailandia fino all’arcipelago Malese.

E’ difficile stabilire con certezza il centro di origine dei vari agrumi ma in Cina e in alcune regioni limitrofe si ritrovano le più antiche testimonianze scritte sugli agrumi. In Cina furono per la prima volta coltivate specie di kumquat, pummeli e aranci Yuzu.

Le prime memorie riguardanti gli agrumi risalgono al tempo dell’imperatore Ta Yu, intorno al 2205-2197 a.C. ma in ogni epoca cinese vi sono notizie, testimonianze e scritti riguardanti gli agrumi, Nel periodo di massimo splendore, coincidente con la dinastia Chou (1027-256 a.c.), venne prodotta la collezione nota come i “Cinque Canoni”. E sempre dalla Cina giunge il più antico testo in materia di agrumi, la prima monografia di tutti i tempi, “Il registro dell’arancia”, pubblicata in Cina nel nostro anno 1178, in cui Han Yen-Chih, l’autore, affronta i temi della propagazione, delle tecniche colturali e della raccolta. Si apprende da questi scritti che l’arancio amaro veniva conservato sotto miele e che le bucce erano utilizzate per profumare la biancheria. Dalla Cina gli agrumi giungono in India, in Indocina e nelle isole del Mare Cinese Meridionale, del mare delle Filippine, fino all’Oceano Indiano. E sempre dalla Cina gli agrumi raggiungono il Giappone. Pare che nel 1500 il mandarino cinese guanxi sia stato importato in Giappone. Dal guaxi deriverebbe il mandarino satsuma originato, probabilmente, nella prefettura di Kagoshima circa 400 anni fa e che, oggi, rappresenta il principale agrume giapponese. In Giappone si assaporava, inoltre, il mandarino Takibana e il Wenzhou mentre in Indocina si coltivavano le lime.

In India, le prime testimonianze e descrizioni scritte sugli agrumi risalgono ad un’epoca precedente all’800 a.C., precisamente all’opera Vajasaneyi samhita nel quale si faceva riferimento ai jambila, parola sanscrita, per individuare un frutto simile al cedro o al limone. Anche l’arancio pare sia stato importato in India dalla Cina, circa 2000 anni fa con le migrazioni dallo Yunnan verso la vallata dal Bramaputra. Dall’India, le cui popolazioni avevano contatti culturali e commerciali con le popolazioni della Mesopotamia, gli agrumi giunsero in questi luoghi ed ornarono i giardini babilonesi, nonostante il clima poco adatto ma grazie alla maestria degli agricoltori babilonesi. Sempre dall’India, attraverso l’Afghanistan ed il Pakistan, gli agrumi si muovono verso l’occidente. Prova, tra le altre, della migrazione verso ovest degli agrumi ci viene dai libri sacri ebraici nei quali è frequentemente menzionata la pianta del cedro e che suggerisce che gli ebrei conoscevano gli agrumi, o perlomeno il cedro, prima dell’era cristiana. Sembra che la coltivazione del cedro fosse già praticata nella Media, regione dell’attuale Iran, nel VII secolo a.C., grazie ai rapporti con l’India. Più di ogni altra specie arborea, gli agrumi rappresentano il “trait d’union tra la civiltà orientale e quella occidentale.

Il primo agrume conosciuto in Europa fu certamente il cedro. La pianta del cedro è ampiamente citata in numerosi testi dell’antica Grecia. In alcuni papiri è chiamato con il nome di kitron, in altri risalenti al VI secolo, come quelli di Galeno, kitrion o kitreos. Il filosofo e botanico greco Teofrasto di Ereso (372-287 a.C.) nella sua opera “Historia plantarum”, risalente al 310 a.C, descrive la pianta del cedro, “Melo Medica e Persico”, chiarendone in tal modo origine, Persia, e testimoniando l’uso a scopo medicamentoso. Testimonia, altresì, che, nella mitologia greca, rappresenta il dono nuziale di Zeus ad Era. In occasione delle nozze tra Zeus ed Era, la dea Gea, avrebbe piantato in onore della sposa, in un giardino, alcuni alberi dai frutti simili a sfere d’oro, simbolo d’amore e fecondità. Zeus, per proteggere il giardino, mise a custodia tre fanciulle dal canto dolcissimo, le esperidi: Egle, Esperunda e Aretusa, figlie di Atlante e della dea Notte. Al giardino delle esperidi è legato il mito di una delle fatiche di Ercole consistente, proprio, nel furto dei pomi del giardino. Un ulteriore riferimento si ritrova in un testo di Ateneo del 200 d.C., il “Deipnosophistae” nel quale si racconta che Juba, re della Mauritania, individuava il frutto con quello chiamato dai libici “pomo dell’Esperia”. Emergerebbe sulla base di queste testimonianze che i Greci non conoscessero agrume diverso dal cedro, sebbene le spedizioni di Alessandro il Grande (334 a.C.) fossero giunte fino alle vallette del Punjab (India) e di queste facessero parte degli studiosi di botanica. Gli antichi Romani conoscevano il cedro, menzionato da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. Il primo riferimento, nella letteratura latina, risale al II secolo a.C. ad opera di Cloanzio Vero e, un secolo più tardi dal botanico Oppio nel suo libro “De Silvestris Arboribus”. Nel secondo libro delle Georgiche, Virgilio fa riferimento alle virtù medicamentose del cedro, dando, anch’egli, notizie sulla provenienza dalla regione Media, attuale Iran. Rutilio Palladio, nel De re rustica, riferisce del cedro come del primo agrume coltivato in Sardegna ed in Campania dove la presenza è testimoniata dagli affreschi di Pompei ed Ercolano in cui sono rappresentati cedri e limoni. Palladio riferisce, altresì, che questo agrume veniva apprezzato soprattutto per le sue qualità mediche, similmente a quanto riferisce Petronio. Dalle fonti emerge che i frutti venivano raramente usati come condimento ma erano certamente utilizzati per il profumo. La loro commercializzazione è testimoniata da un editto di Diocleziano del 301 d.C. che riguardava la Tariffa dei prezzi delle merci in cui i cedri sono indicati non solo tra i frutti degli alberi ma anche tra le herbae ruslirae a dimostrazione che comunque gli agrumi erano parte delle abitudini alimentari di consumo dell’epoca, tanto che il famoso cuoco Apicio, si preoccupa di dare suggerimenti per la loro conservazione. Trotula, fondatrice della Scuola Medica Salernitana (XI-XII sec.), decanta le virtù medicamentose di foglie, fiori e semi di cedro. Il cedro è fortemente legato agli ebrei per i quali rappresenta il frutto sacro che a partire dal 136 a.C. fino ad oggi è stato utilizzato durante la festa dei Tabernacoli. Gli Ebrei conobbero il cedro, secondo alcuni studiosi, durante la loro prigionia in Babilonia (585-539 a.C.). Le colonie ebree della Diaspora contribuirono largamente alla diffusione del cedro nel bacino del Mediterraneo dove era comunque, già presente in Grecia nel III sec. a.C. e in Italia, in particolare Calabria, Sicilia, Sardegna e Liguria, dal I sec. d.C., come evidenziato dagli autori latini.

Se la Cina è il principale centro geografico da cui è partita la differenziazione del primordiale pool genetico degli attuali agrumi è grazie agli Arabi, grandi navigatori che questi si diffusero e prosperarono. Gli Arabi svilupparono elaborate tecniche agronomiche e complessi sistemi d’irrigazione per migliorare la produzione e introdurli anche in zone aride e mai coltivate.

Ai Musulmani (X-XII sec.) si deve, con molta probabilità, l’introduzione in Italia di arancio amaro e limone, originari dell’Indocina e descritti in modo certo per la prima volta nel “Libro di agricoltura nabatea” nel 904. Strada differente seguì l’Arancio dolce.

Ai portoghesi, nel 1500, il merito di aver introdotto e diffuso, con i loro viaggi in Africa e in Asia, la maggior parte delle specie di agrumi nel resto del mondo occidentale in particolare l’introduzione nel Vecchio Continente dell’arancio dolce che ancora oggi è chiamato, anche in alcune zone della Calabria, proprio “Portogallo”. Altra accreditata ipotesi attribuisce ai commercianti Genovesi (XIII sec.) la reintroduzione dell’arancio nel Mediterraneo per via dei fiorenti commerci con i paesi dell’Estremo Oriente.

Dell’utilizzazione di cedri, limoni, aranci amari e lumie si parla anche nel trecentesco libro di cucina della corte angioina, il Liber de coquina, primo vero trattato di gastronomia, che riporta alcune ricet¬te secondo l’uso dei vari popoli del tempo, arabi compresi. Nel Medio Evo, durante le prime crociate, i francesi videro per la prima volta gli agrumi e li introdussero in Francia. Tra i secoli XII e XIV gli agrumi erano diffusi in tutta Italia, in Spagna e nel Sud della Francia. Secoli più tardi si diffusero i mandarini, introdotti nelle collezioni inglesi dai territori cinesi di Canton (XIX sec.) e che attraverso Malta giunsero nell’Italia meridionale nei primi anni del 1800, periodo al quale risale anche l’introduzione di clementine, pomplermi, tangerini ed altre specie meno note. Gli agrumi sono una costante nell’arte e nella letteratura.

A Jovianus Pontanus (1426-1503) si deve il testo interamente dedicato agli agrumi “De Hortis Hesperidum, sive de cultu citriorum”. Durante il rinascimento gli agrumi sono ormai diffusi e conosciuti ovunque, come ampiamente testimoniato oltre che in numerosi scritti, in varie raffigurazioni della pittura. Tra gli agrumi, soprattutto limoni, sono raffigurati da Mantegna, Verrocchio, Botticelli, Da Vinci e Tiziano.

A Napoli aranci e limoni erano tanto diffusi che alla fine del Cinquecento, la città appariva come un gioioso loco nelle cui strade si passeggiava sotto tegole di aranci, di cedri, di limoni, vedendo tante verdure di spalliere, odorando una fragranza di mortelle e di fiori.

Alla fine del Seicento la collezione medicea comprendeva una straordinaria ricchezza di varietà tanto che Cosimo III commissionò quattro tele a Bartolomeo del Bimbo affinché venissero riprodotte le 112 varietà di agrumi della collezione: aranci, limoni, melangoli, lumie, cedri bergamotti, chinotti, spongini. La serie di quadri di Bartolomeo del Bimbo rappresenta un documento assolutamente importante. In tre delle quattro tele sono rappresentati, per la prima volta, i frutti di bergamotto, individuati nel cartiglio inferiore come “pera bergamotta razza d’arancio”, “lumia fatta a foggia di pera bergamotta singolare” e “bergamotta scannellata”. Nell’anno 1646 fu dato alle stampe il libro “Hesperides, sive De Malorum aureorum Cultura et Usu Libri Quatuor” di Baptista Ferrarius, il compendio dell’epoca più completo sugli agrumi in cui, oltre ad annotazioni mitologiche, sono riportate una serie di informazioni tecnico-scientifiche che furono alla base del passaggio degli agrumi da elementi di decoro a beni alimentari oggetto del commercio.

 

 

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Si ringrazia l’Avv. Antonio M. Fiumanò de Lieto che ha curato la raccolta dei documenti storici.

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